la fornace 2
CAPITOLO TERZO
ferro ( geologia ) : il più comune e utile elemento metallico… come l'acciaio, è assai duro, e se viene ben temprato, è assai resistente ed elastico.
Tornò alla coscienza malato, eppure vivo.
"Vivo" era una parola assai relativa. Il petto e lo stomaco dolevano come se andassero a fuoco, e la testa girava come per la febbre. Sollevò le mani alla testa indolenzita e cercò di bloccare i dolorosi brillanti raggi del sole del mattino.
Come diavolo aveva superato la notte?
La scorsa notte ….
La scorsa notte era un mucchio sfocato di immagini da incubo. Lo specchio… le mani insanguinate… l'acqua gelida… e la morte. Il desiderio di morire era sopravvissuto con lui.
Aveva gli occhi ancora chiusi, e respirava con rantoli leggeri; provò a pensare come mai il veleno non lo avesse ucciso, quando all'improvviso fu salutato dal rumore della porta della camera da letto che veniva aperta di colpo.
"Cosa diavolo non va con te, Severus? Te ne stai sdraiato lì da una dannata ora intera! Farai tardi!" Aprì gli occhi acquosi un poco, tanto da vedere la moglie che passava davanti con gli abiti da lavoro del ministero, e sembrava infastidita.
Cercò di parlarle con tono di voce normale, ma riuscì a buttare fuori una sola parola: "Malato."
Chiuse di nuovo gli occhi, e rimase sdraiato nel loro letto come una bambola di pezza. Quello che senza dubbio sarebbe stato il suo ultimo sonno lo stava consumando rapidamente, ed era benvenuto. Non mi importa cosa farà del mio cadavere, pensò.
Il sonno passò appena Juliette lo sbattè in piedi e lo tenne contro il muro. Lo scrutò come uno scienziato, come se fosse un esemplare. Immagino, per un colpo di sorte bizzarra, che gli incantesimi cosmetici che ho applicato siano rimasti al loro posto, pensò Snape, perché non ha detto niente dei tagli sulla faccia.
"Mmmm… beh, sembri davvero malato. Molto bene, informerò la gente necessaria della tua assenza. Potrai aspettare oggi per iniziare la Pozione Polisucco che l'Oscuro Signore vuole che tu faccia."
Snape a malapena poteva stare ritto, anche con lei che lo teneva in piedi, ma la preoccupazione non intaccò la considerazione pragmatica di quanto aveva detto lei.
Aspetta…
"Come facevi a sapere…" riuscì a gracchiare. Juliette lo lasciò andare e lui scivolò a terra, finendo sul pavimento come un mucchio di stracci.
Juliette andò verso la porta prima di voltarsi con un secco colpo degli stivaletti lucidi. Rise in modo gelido. "Per quale altra ragione dovresti avere quattro dei peli di Albus Dumbledore?" Si voltò di nuovo e uscì prima che Severus avesse la possibilità di risponderle o chiederle come sapesse di chi fossero quei peli.
Albus Dumbledore… L'unico uomo di cui Voldemort avesse paura. Pensieri e immagini presero a vorticare nella sua mente: grazie alla notte precedente, Juliette conosceva alcune delle Barriere messe sulla Scuola di Stregoneria e Arti Magiche di Hogwarts.
Qualcuno avrebbe impersonato Dumbledore, il che voleva dire quasi per certo che avrebbero usato quella mascherata per entrare nella scuola. Poteva solo immaginare cosa sarebbe successo ai ragazzi. Se muoio, Juliette o un altro Mangiamorte farà la pozione al posto mio, concluse. E se vivo…
All'improvviso, vivere era tornata una scelta adeguata. Se viveva, forse poteva avvertire prima l'uomo.
Quando si mise in ginocchio, fu attraversato da un'altra ondata di stordimento. Questa volta la respinse. Doveva sopravvivere, per lo meno tanto da avvertire il preside di Hogwarts. Dopo, poteva ucciderlo o mandarlo a Azkaban… e se per un bizzarro scherzo del destino l'avesse lasciato andare, si sarebbe ucciso.
Prese a strisciare verso la porta.
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Nella sua condizione di mezzo delirio, gli ci vollero quasi dieci minuti per trascinarsi nel laboratorio. Stava ancora morendo, dopotutto.
Spinse la porta scoprendo che Juliette aveva "aggiustato tutto" di nuovo, lasciando a nudo ogni superficie di lavoro. Radunò le forze rimaste e si mise in piedi; aprì uno dei più piccoli armadietti per ingredienti. Vide tremare le mani nel fare quei gesti; l'apparenza sicura se ne era andata, crollando.
Disorientamento. Si chiese, cosa sto facendo? Oh, sì, non ho antidoto per il veleno alla mano, però…
Si allungò verso la cima dello scaffale e raccolse quello che appariva come un piccolo marmo nero. Un bezoar.
Si trascinò verso un altro armadietto, estrasse un piccolo calderone e ci versò dentro una tazza d'acqua. Gli ci vollero tre tentativi per accendere sotto un fuoco, ma presto la poca acqua ribollì. Fece cadere a pietra che all'istante si sciolse, tingendo l'acqua del colore dell'inchiostro. Spense la fiamma e lanciò un rapido incantesimo per raffreddare, poi travasò la pozione nera in una tazza e la bevve.
Dopo essere stato così tanto in piedi, si sentiva ancora più intorpidito. Sedette e attese che la pozione facesse effetto. La vista iniziò ad annebbiarsi ai margini della visuale, e si accasciò in avanti, posando la fronte sui ginocchi.
Giaceva sul pavimento del laboratorio. Doveva essersi collassato.
Si sedette incerto e scoprì di non sentirsi affatto meglio. La testa pulsava ancora e si sentiva come se dovesse avere nausea. Un bezoar poteva di certo salvare da parecchi veleni, ricordò, ma comunque non poteva far molto di più che trattenerti dall'orlo della morte. Tutti gli effetti disgustosi, restavano.
Dopo parecchio tempo, ebbe la forza di alzarsi e barcollando se ne andò alla camera da letto. Quando fu dentro, lanciò di nuovo gli incantesimi cosmetici e si infilò degli abiti decenti. Fece un respiro profondo, visualizzò le strade del villaggio di Hogsmeade, e si Teleportò.
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Erano passati almeno due anni dall'ultima volta che aveva percorso la strada che univa il Castello di Hogwarts. Era quasi mezzogiorno e gli studenti scorrevano sorpassandolo in opposta direzione, duretti verso un pomeriggio pieno di risate e scherzi pesanti.
Che cosa insensata..
Camminò con un'andatura svelta che era terribile da mantenere a causa delle ripercussioni del veleno. Riconobbe un paio dei più vecchi studenti, ed evitò di guardarli in faccia, marciando oltre con una sgradevole espressione sul volto.
Un Serpeverde del settimo anno chiamò, "Salve, Severus!". Lui grugnì nella sua direzione e proseguì per la sua strada, scorgendo la più alta delle torri del castello divenir visibile, spuntando da dietro la prossima collina.
Albus Dumbledore…
Avevo diritto di odiare quell'uomo, si disse; non gli avevo parlato in così tanti anni, da quando mi aveva ricattato minacciando l'espulsione se facevo parola con alcuno della licantropia di Lupin. Che nervoso, quel vecchio bastardo!
Severus sospirò mentre si avvicinava all'entrata del castello. Era sicuro che l'unica persona mai uccisa da Albus Dumbledore fosse quel Grindelwald, e lui ne aveva sulla coscienza molti di più, e assai più sangue innocente sulle mani. Chi voglio prendere in giro, rimuginò, non ho diritto di giudicare nessuno.
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Si trovò davanti all'entrate dell'ufficio di Dumbledore; fissava istupidito la gargolla, e cercava di rammentare la parola d'ordine. Il mal di testa non aveva fatto nulla per migliorare il carattere. Voleva solo uscire di lì, andare a casa, rannicchiarsi in un angolo e morire. Era troppo brutto che la Maledizione mortale non agisse contro chi la lanciava.
Proseguì a interrogare la gargolla.
"Caramella al limone?" Nulla.
"Cioccorana?" Nulla
Severus si stava irritando. Stava lì da oltre cinque minuti, sputando nomi di caramelle e dolcetti, come un idiota.
"Gelatine Tutti i sfottuti gusti + 1?" La gargolla rimase lì in silenzio. Severus resistette alla tentazione di mollare una sventola alla dannata creatura di pietra, ricordando i fatti della scorsa notte con un oggetto duro e inanimato.
Questo è ridicolo.
Severus si voltò al rumore di passi per essere salutato da una donna che aveva sperato di non dover rivedere: la Professoressa MacGonagall, torturatrice di Serpeverde, benefattrice dei Grifondoro, e insegnante della materia magica più inutile e difficile e ridicole mai inventata: trasfigurazione.
"Signor Snape… a cosa è dovuta la tua visita?" lei stava dando prova di fermo disinteresse; lui non era certo se era più furioso o più disperato.
"Una tanto, ho bisogno di vedere il Preside," la apostrofò incrociando le braccia. Lo faceva sentire ringiovanito come se avesse metà dei suoi anni.
"Temo che al momento sia oc -"
"Ti assicuro che è una questione di vera necessità," le disse, cercando di non apparire disperato quanto era in realtà la scuola lo stava facendo sentire piuttosto a disagio, e stava respirando più veloce di quanto non avrebbe dovuto. Snape credette che lei si fosse accorta del suo disagio, poiché si arrese.
"Molto bene allora. La parola d'ordine è "Gelatina Tuttigusti + 1".
Non poté trattenersi. "Ma ho già provato!" gemette come un bambino.
La MacGonagall lo osservò con… una smorfia? "Prova al singolare e senza intercalare oscenità, signor Snape." Con quelle parole se ne andò, lasciando una scia palpabile di autodisciplina Grifondoro.
Sbuffò le parole alla gargolla e salì per le scale.
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Entrò nell'ufficio, barcollando, per essere accolto dal silenzio. Guardandosi attorno, s'accorse che l'unica forma di vita nella stanza, oltre a lui, era un pulcino di Fenice in una gabbia.
La sensazione di sconforto che aveva avvertito fin dall'arrivo, si fece più intense. Snape sedette in una sedia libera, cercando di inspirare. Il pulcino di Fenice lo osservò mentre lottava per respirare.
La porta si aprì per rivelare l'immutata sagoma di Albus Dumbledore, completa di cappello a punta. Avanzò nell'ufficio e sedette dietro allo scrittoio; gli mancava l'ammiccare consueto negli occhi.
Severus boccheggiava per respirare, come se ci fosse una persona invisibile che lo stesse strangolando.si portò le mani al collo e tentò di allontanare l'attaccante, ma tutto quello che sentì fu la propria pelle. Si piegò su sé stesso sulla sedia, cercando ancora invano di inspirare un po' di aria.
Al limite del campo visivo, vide Dumbledore ondeggiare una bacchetta, e la sensazione svanì. Si sedette e lo guardò, sperando di apparirgli deciso e affidabile, ma nel momento in cui i loro sguardi si incrociarono, le intenzioni che aveva stabilito su come agire crollarono. Abbassò gli occhi e nascose il viso tra le mani.
Dumbledore parlò per primo. "E' una Maledizione Soffocante, Severus. E' una delle barriere create per incapacitare qualsiasi Mangiamorte voglia entrare nella scuola."
Così, sapeva. Muovendosi piano, Snape estrasse la bacchetta e la posò sullo scrittoio, porgendola a lui, poi tornò a fissare il pavimento. "Ho qualcosa da dirti, Preside."
Stette in silenzio per un istante.
"Tu stai usando un trucco, Severus. Non apprezzo i disertori." La sua voce ad ogni parola era dura, come quella della MacGonagall quando era al suo peggio.
La voce di Severus era spezzata e balbettante, "Preferirei tenerlo su."
"Dovrò insistere perché tu mi permetta di rimuovere quell'incantesimo."
"Molto bene," mormorò Snape. Annuì così, con i capelli che cadevano in avanti sopra gli occhi, e rendevano quasi impossibile vedergli comunque il viso.
"Vergo tectum!" Severus non sentì molto più di una lieve brezza, che gli passò addosso, e sentì le unghiate sulla faccia solidificarsi sotto le dita.
"Guardami," disse Dumbledore. Riluttante, Snape alzò la testa di nuovo ad incontrare il suo sguardo. C'era dell'acciaio dentro il blu cielo, e quella che doveva essere uno spettacolo parecchio patetico: un uomo esile, pallido, con i capelli untuosi, e escoriazioni rosse che dividevano il viso, occhiaie cupe, scoloriture violacee sulle mani.
Estrasse una fiala e la posò davanti a Snape: il liquido dentro era completamente chiaro. "Spero che capirai la necessità di questo," disse mentre mi si allungava verso il Veritaserum. Capiva, eccome, e per dar prova d'aver capito, scolò la fiala. Poi sedette nella sedia, guardando davanti, attendendo le sue domande.
La prima domanda lo sorprese.
"Che cosa ti è successo, da ridurti così?"
Le risposte vennero come se qualcun altro le stesse dicendo, senza lasciare a Severus controllo alcuno sulle parole. "La scorsa notte ho provato a uccidermi."
"Perché?"
"Perché la mia vita è stata un grosso errore. Merito di morire per quello che ho fatto alle altre persone."
"Sei un Mangiamorte, Severus?"
"Sì."
"Quali crimini hai commesso?"
Snape non voleva dirglielo. Si morse il labbro, cercando di trattenere le parole dell'involontaria confessione, che stavano sgorgando. Non voglio annunciare che tipo di mostro sono, pensò.
Comunque, dopo aver lottato per miseri dieci secondi, non poté più restare zitto. "Ho usato la Maledizione Imperius tante volte da perdere il conto; e così pure ho usato la Cruciatus. Ho distillato pozioni illegali, e pozioni e droghe per gli altri Mangiamorte. Ho usato pozioni Sanguinanti per intenti oscuri, e per uccidere. Ho aiutato a uccidere Babbani, con armi magiche e da Babbani, e ho assunto pozioni illegali per aumentare la mia magia."
Dumbledore sembrò infuriato, più arrabbiato di quanto mai lo avesse visto. Svelto, Snape si chiese se lo avrebbe ammazzato durante l'impeto dell'ira.
"Dimmi perché mai sei venuto qui." Le parole erano gelide, svelte, precise.
Il Veritaserum è una pozione di pura verità, ovvero chi la beve è impossibilitato a omettere qualsiasi informazione ritenga importante. Spesso fa fare lunghe chiacchierate.
"La scorsa notte mi fu data una fiala di peli con cui fare la Pozione Polisucco. Subito non seppi di chi erano. Tornai a casa, dove io e mia moglie torturammo Soren Anderson, un Auror, per avere informazioni sulle barriere protettive del Ministero." Oh, Dei, come avrei voluto smettere di parlare. Non voleva rivelare quanto era accaduto la sera avanti.
"E' stato il mio veleno ad ucciderlo. Quando fu morto, Juliette - mia moglie - usò una Passaporta per spedire il suo cadavere al Ministero. Andai al piano di sopra e … non ricordo cosa accadde, se non che ebbi coscienza di essere una persona orribile, un assassino, e che avevo ammazzato un ex compagno di scuola. Mi- mi ricordai i tentativi fatti da Soren, di parlarmi per evitare in primo luogo che divenissi un Mangiamorte. Credo di aver perso la ragione per un po', e quando tornai in me decisi di avvelenarmi. Non funzionò rapidamente quanto mi sarei atteso, e l'indomani mi svegliai. Stavo ancora morendo. Juliette mi rivelò che i peli nella fiala erano tuoi e compresi che dovevo dirti del piano per impersonarti. Curai il veleno e venni da te."
Il viso di Snape bruciava per la vergogna, e sentiva lo sguardi incatenato a quello del vecchio stregone. Il suo viso si era lievemente ammorbidito.
"Sei venuto qui solo per aiutare gli stregoni Luminosi, signor Snape?"
"Sì."
"Senti ancora legami con gli Oscuri?"
"No," disse in un sussurro.
"Hai rimorsi per le tue azioni di Mangiamorte?"
"Sì." Oh, Dei, se aveva rimorsi. Avrebbe voluto morire lì sul posto.
"Cosa vorresti, più di ogni altra cosa, signor Snape?"
La risposta gli salì alle labbra prima che potesse anche solo pensare a quale fosse. "Li rivorrei indietro," la voce era un sussurro balbettante, e il petto era pesante. Gli occhi pizzicavano. Oh, m°°°°, pensò Snape, mi metterò a piangere come un bambino davanti ad uno dei più potenti stregoni del pianeta. Non posso lottare contro il Veritaserum, e sembra che debba proseguire.
"Vorrei-" la voce si spezzò - "che ogni persona morta per causa mia, tornasse." Snape si accasciò in avanti e mise la faccia rovente tra le mani, mentre le prime lacrime scorrevano come fuoco sulle guance. Non sapeva quale fosse l'emozione più forte, l'imbarazzo o la pena. Apparentemente, la pena ebbe il sopravvento poiché non riuscì a smettere di parlare. "Dei sono una persona orribile! Sono un mostro! Non merito niente di meno che la dannazione e il fuoco eterno, per tutto questo!"
Non poteva trattenersi; la voce si era fatta un'ottava più acuta e stava singhiozzando tutto rincantucciato come un bambino troppo cresciuto. Da anni non piangeva, non dopo che era quasi stato ucciso al sesto anno, e dopo allora, aveva sempre atteso di potersi rinchiudere, tutto solo, nei gabinetti dei Prefetti. Questa volta era molto peggio.
La stanza fu silenziosa per un buon paio di minuti, eccetto per il suono di Snape che metteva a nudo il suo patetico essere. Alla fine si calmò abbastanza da piangere in silenzio, e sentì Dumbledore muoversi dietro alla scrivania. Girò attorno al mobile, recuperò una sedia da un angolo e la spinse vicina a quella di Snape. Ruotò il sedile dell'ospite di novanta gradi con un gesto della mano, poi spinse un fazzoletto in una delle mani livide di Snape e si sedette, con i ginocchi a pochi centimetri da quelli di Snape. Questi si asciugò il viso, ma non lo sollevò. Si sentiva male, il petto pareva che stesse per esplodere.
Dumbledore prese fiato e poi parlò. "Vuoi sempre morire, Severus?" la sua voce si era addolcita assai. "Allora voglio che tu faccia una promessa a me."
Una promessa fatta sotto il Veritaserum non può venire spezzata. Dato che chi l'ha bevuta non può dire bugie, e quello che promette deve restare vero.
Sollevò infine la testa, guardando a Dumbledore con un misto di confusione, sospetto e sofferenza. "Cosa?" sussurrò.
"Promettimi che non ti toglierai la vita, Severus Snape."
"Non voglio fere quella promessa." Abbassò di nuovo la testa. Quelle danante sciocche lacrime stavano sempre versandosi, sebbene avessero rallentato.
Sospirò, poi si allungò e con una carezza gli sollevò il volto, tenendogli un dito sotto il mento. "Lascia che ti dica qualcosa, signor Snape. Ho sempre sperato che tu abbandonassi gli Oscuri. Ho sempre saputo, anche se tu non te ne sei reso conto, che c'è un sacco di bene in te. Lo ammetto, non ho mai fatto abbastanza per incitare quella tua parte buona, e di questo sono addolorato. Ma adesso puoi fare il bene, Severus. Puoi aiutarci a combattere Voldemort. Se muori, allora anche la morte di Soren sarà stata inutile. Se vivi, potrai fare qualcosa che ci aiuterà." Fece una pausa. "Vuoi aiutarci?"
"Sì."
Rimase zitto per un attimo, apparentemente ci rifletteva.
"Severus, forse non lo sai, ma c'è un grosso sforzo per andare avanti adesso, fuori dal Ministero, per combattere Voldemort. Io guido questo attacco. Abbiamo tentato, per i passati tre anni, di trovare una spia nei ranghi dei Mangiamorte. Tu, comunque, rappresenti per noi un'opportunità unica. Se vuoi. Vorresti diventare una spia nelle file dei Mangiamorte, e rischiando la vita, aiutarci?"
Stava giocando d'azzardo con Snape. Questo era molto da domandare.
Proprio allora, in quel momento, Snape non dava molto valore alla sua vita. "Lo voglio." Disse. Suppongo di avere un gran debito con il mondo, pensò. Forse, almeno questa volta, posso fare qualcosa di giusto.
"Allora, promettimi che non ti toglierai la vita."
"Lo giuro, non mi suiciderò." Se adesso morirò, si disse, molto probabilmente sarà tra le mani del mio ex padrone.
Si alzò e Dumbledore lo imitò. Snape si sentì gelare per la preoccupazione. Nessuno aveva mai scommesso tanto su di lui. "Ma sarò capace di fare questo, Professor Dumbledore? Io… io non sono mai stato un uomo molto buono."
Alla fine, lo sguardo di Dumbledore aveva ripreso ad ammiccare. "Ho la più estrema fiducia in te, Severus. Dopo tutto, non puoi mentire!" chiocciò dolce, "E chiamami Albus, per favore. " Si allungò verso la scrivania e afferrò la bacchetta, poi la porse a Snape. La prese e si voltò da lui, verso la porta.
"Immagino che sarò di nuovo qui tra un paio di giorni," gli disse. Si portò sulla soglia ma non lasciò l'ufficio. "Ho paura, Albus." Accidenti al Veritaserum, si morse la lingua. Aveva davvero paura, paura del futuro. Si era appena affidato a Albus, spaventato da quello che era stato, e da quello che un giorno sarebbe potuto essere.
Sentì passi dietro di sé, e una mano sorprendentemente forte si posò sul braccio, verso la spalla. Lo fece voltare, e poi posò entrambe le mani sulle spalle, trattenendolo per la distanza della lunghezza delle braccia. "Andrà tutto bene, alla fine. Buona fortuna, Severus."
Diede un'ultima occhiata attorno nella stanza, e gli occhi si posarono sulla Fenice di Dumbledore. Doveva essere rinata nelle ultime ventiquattro ore, per essere così piccola.
Nelle ultime ventiquattro ore, pensò, una parte di Sé pure era rinata, e una parte era morta per sempre.
Si sentì come se fosse passato attraverso una fornace di una forgia, e solo una parte di sé era sopravvissuta al processo.
Cennò un saluto al vecchio stregone, ed aprì la porta.
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