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Domenica, 18. Febbraio 2007

la fornace 1
di kcloack, 19:28



LA  FORNACE

LEGGO DELL'ALTRO :
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LA FORNACE
Author: K. Cloak - PG-13 - English - Angst/Drama- Summary: It's 1980, and Severus Snape is enjoying life as a Death Eater. Little does he know that the world of lies he lives in is about to come crashing down upon him. - TRADOTTO & ADATTATO da Shinaré & Cuccussétte - Angst\ Dramma - per temi cupi e violenza., va dopo i 14 anni - Trama: 1980: Severus è Mangiamorte, non ne può più ; ecco come va da Dumbledore e rinnegò Voldemort. NOTA: i pensieri sono stati evidenziati in corsivo.
Leggi l'originale a
http://www.fanfiction.net/read.php?storyid=866025


CAPITOLO PRIMO

Pepita: (geologia) un metallo nativo o i suoi composti nella roccia in cui sono contenuti,dopo che è stata recuperata per scartarne le parti senza valore.

Sospirò nel tornare a una pozione quasi pronta per la tredicesima volta; guardò svolazzare dal calderone il vapore, che luccicava di un delicato color lavanda, ma non raggiungeva il bianco immacolato richiesto per completare la distillazione, mentre s'illuminava.
Dannazione. Andava fatta raffreddare di nuovo, per poi aggiungere un'altra presa di polvere di Mandragola. Oggi non aveva davvero tempo per queste cose…
Essere uno dei più giovani Maestri delle Pozioni del paese gli dava un sacco di lavoro in più per un poco di danaro in più. Lo aveva sentito dire, prima, e adesso, lo provava di persona.
Stupido Ministero. Tengono un brillante stregone purosangue come me e mi fanno lavorare in uno sciatto negozio di Pozioni a Diagon Alley. La giuro, quando ho finito di recitare questo ruolo di piccolo bastardo dal cuore d'oro, imballo le mie cose e porto il negozio a Knockturn Alley, pensò con una smorfia, Bene, l'Oscuro Signore avrà finito con quei dannati mezzosangue e amici dei Babbani, presto. Una volta che li avrà ammazzati tutti, potrò piantarla con questa maledetta mascherata e mettermi a lavorare su qualcosa di stimolante.
Un bussare alla porta lo fece distrarre dalle sue riflessioni. "Cosa?"
"Fammi entrare, Severus. Vorrei dirti delle feste della notte scorsa."
Ma certo. Sorrise, Lucius Malfoy ama vantarsi. Si vanta di uccidere persone almeno quanto si vanta di avere soldi.
Riluttante, aprì la porta e mise di nuovo il calderone a riscaldare, lasciandolo all'angolo del campo visivo, mentre guardava sdegnato Lucius.
"Ti è mai successo di notare che mentre alcune persone possono vivere soltanto di attività illegali, altre hanno davvero bisogno di lavorare?"
Lucius appariva troppo vestito. Oggi le sue vesti erano di un rosso regale, con fodera nera, e c'era nero e argento su tutti i suoi dannati oggetti. Aveva i capelli tirati indietro, non scappava un solo ciuffo. Si era messo anche un paio di anelli.
In altre parole, aveva un'aria normale, per un Malfoy.
La pozione prese a ribollire appena ebbe iniziato il suo resoconto da pallone gonfiato sui delitti della notte prima. Tre Aurors, torture, stupri, maledizioni Senza pietà… abbastanza noioso, era la solita roba, sbuffò. Ne aveva visti abbastanza di questi massacri di Auror, Mezzosangue e Babbani. Tutti uguali. Personalmente Severus trovava gli stupri una contraddizione, in quanto cercavano di sterminare i Gabbani, e non di fare razza con loro, però di solito le vittime erano cadaveri, qualche ora dopo.
"E ovviamente ho usato un pizzico di quel veleno che mi hai dato la scorsa settimana, pure. Quello blu."
Aveva altro che attirava la sua attenzione. Senza voltarsi dal calderone, che finalmente stava gettando fumo bianco, iniziò ad aggiungere gli ultimi ingredienti per finire una pozione curativa. Indugiò comunque, facendo una smorfia simpatica, quando descrisse i risultati di quello che per lui era stato un esperimento.
"...funzionato alla grande. Ma cosa era?"
"Un rovesciamento sperimentale della pozione Skele-Gro, mescolata con una Pozione Sanguinante." Si voltò dal calore spostando la pozione finita e guardò Lucius. Oh, che bello, e si ricompose, come al solito, ma non riuscì a trattenere un sorriso perverso mentre Lucius descriveva come le tre persone …
" Fuse! E' stato davvero disgustoso. Devo proprio raccomandarti, per quella roba. Ovvio potevano sopravvivere se tu non avessi causato l'emorragia interna che li ha finiti. Penso che una di loro stesse ancora cercando di fuggire mentre le ossa iniziavano a dissolversi. Una nostra compagna di classe! Adelaide Butler. Era davvero troppo tosta, avrebbe potuto essere una brava assistente per te, Severus, se non fosse stata una sozza Mezzosangue."
Da qualche pare dentro, sentì un senso di colpa, quando sentì quel nome. Ricordava troppo bene; Butler era stata a Hogwarts un anno prima di me, era Corvonero. Era eccellente a Pozioni. Scacciò la sensazione momentanea. Se lo permetti a una, devi permetterlo a tutti. La purezza non funziona in quel modo. Vogliamo una pura razza stregonesca, e nemmeno uno mescolato col sangue di quei disutili Babbani, pensò lasciando il rimorso per altre occasioni.

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Erano circa le sei ed era appena balzato fuori da un caminetto, diretto in un negozio a Knockturn Alley con Lucius.
Severus si avvantaggiava con lui. Pagava per i suoi ingredienti illegali. Come il sangue di unicorno, che è quanto cercava quel giorno.
Avevano fatto solo pochi passi, comunque, quando un dolore gli si svegliò nel braccio sinistro. Lui e Lucius si fermarono di colpo; nonostante che fossero allenati a non mostrare la sofferenza, entrambi si afferrarono il braccio sinistro con le mani destre. L'unico altro presente nel negozio, il proprietario, fece lo stesso. Senza una parola, tirarono fuori le bacchette e si Teleportarono.


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Si fermò per un momento nella sua piccola casa, afferrò mantello e maschera, e di nuovo scomparve. Si rimaterializzò in quella che sembrava la sala da cerimonie di una casa fin troppo ampia. Le luci di tipo Babbano erano accese e fece caso a quanto, più di ogni altra cosa, mancava: sebbene ci fossimo Teleportati in pochi attimi dalla Chiamata, mia moglie ci aveva fatto incalzare dal Marchio, di nuovo. Lei era lì, a cinque metri dall' Oscuro Signore, e lo fronteggiava.
Andò per mettersi accanto a lei, iniziando a dare forma a un circolo. Lei cennò nella sua direzione, poi si voltò di nuovo verso l'Oscuro Signore. Lucius si era messo alla sinistra, lanciando una risatina per gli
Un paio di minuti dopo, il cerchio era completo. Voldemort chiamò una giovane donna chiamata Allendale in mezzo al cerchio. Parlarono un istante in toni sommessi, e poi lei gli porse una piccola fiala con dei capelli al suo interno. Tornò nel cerchio.
Il prossimo ad essere chiamato fu Avery. Rimase davanti all'oscuro Signore per pochi attimi, prima che questi lo maledicesse con la Cruciatus Curse. Severus si ritrasse, ricordando l'ultima volta che era successo a lui.
Toccò poi a Goyle, e poi a Malfoy. Crabbe pure ricevette una dose di Cruciatus e si chiese che guaio avesse combinato questa volta quel mezzo ritardato.
Sentiva il Marchio bruciare sul braccio ed avanzò verso il centro del cerchio. Non poté evitare di preoccuparsi. Ciascuno lo faceva, dopo aver assaggiato la rabbia di Voldemort' una prima volta. Si inginocchiò davanti a lui, poi si rialzò attendendo ordini.
"Severus Snape... ho due missioni per te, stanotte."
"Sì, mio signore."
Gli porse la fiala procurata da Allendale. "Userai i peli in questa fiala per farci una bella scorta di Pozioni Polisucco. Me le aspetto subito."
Snape sapeva che non occorreva chiedere di chi fossero quei capelli. Poteva scoprirlo provando la pozione.
"E MacBride porterà a casa tua un ospite. Scopri tutto quello che sa sulle nuove barriere piazzate al Ministero. Poi ammazzalo."
"Sì, mio signore."
"Questo è tutto, torna al tuo posto."
Grazie agli dei, pensò.
L'ultima pozione che gli aveva detto di preparare era così difficile che non riuscii a finirla in tempo. Lo maledisse a lungo e con durezza, per quello. Poteva distillare la Polisucco a occhi chiusi.

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La riunione finì alle otto e il grosso del cerchio iniziò a teleportarsi a casa. Lucius chiese se voleva uscire a terrorizzare qualche Babbano. Ma aveva un compito da compiere.
Snape si teleportò a casa e si tolse la maschera. Juliette non era tornata, il che significava che poteva prendersi qualche minuto di puro relax prima di dover uccidere chiunque lei portasse con sé. Andò nel piccolo studio vicino alla cucina e tirò fuori il libro che stava studiando; si chiamava "Veleni senza antidoto: una guida alla Morte Silenziosa." Non era grosso, come libro, a causa dell'esiguo numero dei veleni incurabili, e le ricette erano insidiose e difficilissime. Gli piaceva assai. Era uno dei regali più azzeccati di Lucius. Si era appena sistemato per leggere il libro quando sentì un rumore sul pianerottolo. Dannazione, lo ha già portato, notò alzandosi.
Scese giù per le scale piuttosto senza curarsi di nulla, solo per venire apostrofato dalla moglie: "Prepara il
Oh. Così lei vuole che faccia un'altra Pozione Sanguinante, concluse.
Tornò su per le scale e recuperò quello che serviva, così come una fiala di antidoto nel caso lei avesse voluto tenerlo in vita più a lungo. Quando tornò al primo piano, vide che aveva disarmato l'uomo e lo aveva legato a una sedia. L'uomo era molto robusto e alto più di lui. Aveva un sacco in testa, come di consueto per le vittime da torturare. Significava che poteva togliersi la maschera mentre distillava la pozione.
Fece levitare il calderone e gli accese sotto una fiamma azzurra, poi prese ad aggiungere gli ingredienti, il grosso dei quali era proibito dalla legge. Odiava sciupare gli oggetti, e così aveva portato dabbasso quello piccolo, che teneva con una mano. Era più dura mescolare, si disse, ma pazienza!
Ci vollero almeno venti minuti per mettere su la base per la pozione, e durante quel tempo l'uomo, senza dubbio un altro Auror, non emise suono alcuno. Dopo un po', diventa snervante.

La moglie era abituata a osservarlo lavorare; un attimo prima che annunciasse che era pronto, lei parlò. "Dammi il coltello!"
Severus glielo pose e rimase a osservarla mentre appoggiava il filo della lama sul polso sinistro dell'Auror. Attendeva che implorasse. Severus sapeva che faceva così, la scrutava con interesse. Il prigioniero però non disse proprio niente.
"Uh, sembra proprio che abbiamo la mano fortunate, Ama-Babbani. Non mi supplichi di lasciarti la vita?"
Nulla.
"E dì qualcosa!"
Nulla.
"Bene, allora." Con due rapidi movimenti incise il polso dell'uomo, e il sangue prese a colare sul pavimento di pietra. L'uomo stette zitto. Lei rimase immobile. Attesero, e attesero, fin quando l'uomo non iniziò a ciondolare per l'emorragia; la donna poi raccolse il sangue necessario e fermò la perdita.
Severus finì la pozione e ne portò una tazza all'uomo. Juliette alzò le mani per trattenerlo disse chiaro e tondo al prigioniero, "Se cooperi, ti lanceremo Oblivio e riceverai l'antidoto. In altro modo, morirai."
Si scostò dal campo d'azione di Snape, che prese a far gesti con la bacchetta, verso l'uomo. "Imperio."
Juliette sollevò la cima del sacco dalla testa e porse la coppa alle labbra dell'uomo. Snape gliela fece bere, e poi allentò la maledizione.
Juliette poi tolse il sacco dalla testa dell'uomo.
Oh Dei santi e misericordiosi.
L'uomo aveva capelli corti rossi così come i baffi. Gli occhi erano marrone scuro, e aveva una voglia sul lato sinistro del viso. Fissava Severus con lo sguardo più sorpreso, tradito e disatteso che mai avesse Si chiamava Soren Anderson. Un ex Serpeverde. Adesso, un Auror. Snape lo conosceva. La prima cosa che disse appena palò fu il suo nome, "Severus…" la voce era già impastata per la sofferenza.

Snape rimase a bocca aperta, si sentiva incapace. Ma in qualche modo non si risolveva a fare domande. Perché un mago purosangue era diventato un filo Babbano? E in qualche parte della sua mente, "Perché un mago Purosangue deve ucciderne un altro?" Sono un incapace.

Juliette lo spinse da parte e iniziò il suo interrogatorio. Snape lo guardava a un paio di metri di distanza, mentre lottava contro il dolore e perdeva, gemendo quando il veleno iniziò a guastare muscoli, ossa, e tessuti connettivi. Juliette ottenne le sue risposte facendo dondolare la fiala di antidoto fosforescente in faccia a lui. Rantolò e le disse gli incantesimi usati per proteggere gli edifici del Ministero a Londra, e quelli usati per proteggere gli Auror nelle loro case, e anche alcune barriere usate a Hogwarts per impedire ai mangiamorte di entrare. Juliette scriveva tutto. Soddisfatta, avanzò verso Severus. "Hai ben fatto. Il tuo antidoto." Juliette gettò la fiala sul pavimenti, lasciando una macchia luminescente sulla pietra.
"No," rantolò Soren, con la voce spezzata. Conosceva questa commedia. Aveva iniziato a sanguinare dal naso, si notavano strisce rosse uscire anche dalle orecchie. Gli occhi sembravano aver perso la capacità di muoversi e fissavano senza posa Severus.
Juliette guardò con interesse la sua sofferenza.
Stava cercando disperatamente di riprendere la gelida, insensibile mascherata che di solito presentava alle loro vittime, e come aprì bocca per dir qualcosa di tagliente, la visione di questo uomo così come era da ragazzino gli piombò in mente… Stava sorridendo per i Serpeverde a un incontro di Quidditch, e io sono seduto due file dietro a lui. Era la mia prima volta a un gioco scolastico.
Soren tossì con violenza. Aveva le labbra sporche di rosso. Stava morendo. Snape si sentì paralizzato. "Severus... Come hai potuto? Hai preso-" Si interruppe per un attacco di tosse sanguigna, "la via sbagliata." Gli cadde la testa sul petto, era esausto; da dieci minuti aveva perso la forza per gridare. Sarebbe stato assai più sconvolto dal suo oscuro rimprovero se Juliette non avesse parlato in quel momento. "Conosci questo bastardo, Severus?"
Severus strinse i pugni. "E' solo uno che andò a scuola con me. Mi ha sorpreso che ricordasse il mio nome."

La fine della frase trovò il silenzio. Sorens aveva smesso di respirare. Juliette posò un dito sul collo insanguinato. Immaginò che trovasse quello che stava cercando, perché cercò nella tasca ed estrasse un oggetto avvolto in stoffa. Con cautela svolse la stoffa, senza toccare il ciottolo che c'era dentro, e premette le dita di Soren sulla passaporta. Il corpo sparì, diretto di certo al Ministero.

 

CAPITOLO SECONDO

Scoria: [geologia] 1. Il deposito, o lo scarto di un metallo

Severus salì le scale dal pianerottolo con una grazia che non si sentiva. Non fece rumore quando attraversò la soglia ed entrò nel salone. Chiamò Julliette con tono piatto, privo di interesse, "Mi faccio una doccia." Era un po' insolito per lui, farsi una doccia volontariamente, ma non gliene fregava. Qualcosa andava male.
Severus scivolò su per le scale e andò in bagno. Chiuse la porta a chiave. Incantò la porta. Ci mise una barriera, e alzò una magia che facesse silenzio. Ecco. Non ho bisogno di far finta di venir tenuto calmo, non più.
Gli cadde la bacchetta sul pavimento, non se ne avvide. La sua attenzione era tutta attratta dall'uomo pallido e tremante che stava nello specchio. Si sentiva… debole. Stordito, offuscato, non c'era del tutto. Si chiese se per caso non avesse inalato fumi tossici, al pianterreno. L'uomo nello specchio lo fissava. Severus lo guardò. Aveva la faccia pallida, la pelle rea sudata e unta dal vapore del calderone. I capelli erano incolti, pure loro untuosi.
Quello che più lo affascinava del triste ritratto era la striscia di sangue attraverso la fronte, dove prima aveva spostato le ciocche cadenti. Era sangue di Soren. Severus sollevò la mano per toccare la striscia rossa… il sangue non era ancora coagulato e gli arrossò i polpastrelli.
La mia salute mentale è una fortezza, con me al centro. Qualcosa sta premendo sulle pareti. La casa si sta scuotendo. Sto impazzendo, pensò.
Severus passò la mano sinistra nei capelli neri aggrovigliati e si voltò per non vedere lo specchio; avanzò dall'altra parte della stanza. Prima di essere arrivato, si accorse che gli stivali avevano lasciato impronte insanguinate.
La casa si sta scuotendo.
L'uomo nello specchio lo stava fissando vacuo, come se avesse appena smarrito una parte di sé. Il viso improvvisamente si cambiò in quello di un giovane uomo che portava una sciarpa grigia e argento, gli occhi neri sbarrati con un cipiglio sdegnato e accusatorio. Sembrava che avesse quindici anni. Ancora una volta, il viso mutò; e fu un giovane uomo dai capelli rossi, che indossava la stessa sciarpa e aveva la stessa espressione di sdegno. Sollevò i polsi tagliati, accusandolo; poi cacciò un intelligibile gemito di rabbia, colpendo con i pugni sul vetro che lo separava dalla realtà. Severus balzò indietro, via dall'immagine da allucinazione del giovane Soren Anderson.
Doveva star perdendo la testa. Aveva perso la fiducia in sé stesso. La mano invisibile che gravava sui bordi della sua sanità prese voce. O almeno, la sentì, "Sbagli."
Severus guardò gli abiti che stava indossando. Neri, minimali, tuniche da Mangiamorte. Le gettò via, buttandole in un mucchio vicino alla porta. Si sfilò gli stivali insanguinati, i calzoni di tela liscia, la camicia grigia, la biancheria , e fece un bel salto verso la doccia.
Girò soltanto il rubinetto a sinistra. Entro pochi istanti fu inzuppato in un vortice di acqua gelida, e rantolò per lo shock. Dei , voleva svegliarsi da un simile incubo.
L'acqua divenne a temperatura ambiente, poi tiepida. Infine fu calda, e poi bollente. Gli parve che la pelle si staccasse come un foglio. Bene. Si strofinò con la spugna della moglie, che era davvero ruvida, fino a quando la pelle non raggiunse il colore di un gambero arrostito.
Conosceva Soren, ovvio. Ognuno dei Serpeverde lo conosceva. Fu Prefetto e si diplomò quando lui aveva quindici anni. Il primo mattino del primo anno a Hogwarts, mi aiutò a trovare l'aula di Trasfigurazione prima di andare alla sua lezione.
Ovvio, Severus non era mai stato una persona sociale; Soren gli era stato amico durante il primo anno, poi s'era fatto amico Lucius e aveva smesso di frequentare Soren. Si eran parlati alle partite di Quidditch e occasionalmente si erano visti in biblioteca, ma lì tutto finiva. Severus scelse l'ambizione di avere potere sulle altre persone, mentre lui ambiva a acquisire potere per aiutare gli altri. Era troppo Serpeverde per lui.
Forse era la buona disposizione di Snape verso di lui a sorprenderlo parecchio: Snape fu messo da parte dopo che Soren si diplomò.
"Lo so che non abbiamo mai parlato davvero prima, Severus," disse, "ma tra pochi giorni vado via, e potrei non rivederti più."
Severus gli fece una smorfia. "Se vai a unirti ai Grifondoro all'Accademia degli Auror, allora davvero non mi vedrai mai più."
"Ma stai zitto, Severus. Guarda, conosco i tuoi… amici. Non mi piacciono, ma tu li frequenti. Ricorda solo che prima di essere amico loro, prima di essere Serpeverde, tu sei Severus Snape. Sii davvero te stesso! Troppi di noi imboccano il cammino sbagliato per la grandezza… Assicurati di non essere uno di loro."
Severus aveva dimenticato quelle parole fino ad oggi. E adesso gli gridavano persistenti nel cranio, mentre lo rivedeva uomo adulto, legato a una sedia e sanguinante, il viso che irradiava tradimento e amarezza mentre lui lo guardava morire e non faceva niente per salvarlo.
Vide una donna Babbana, che cullava il figlioletto stregone. Era morta a causa sua . Il più silenzioso attacco Mangiamorte era quello che avvelenava chi nutriva la prole. Il bambino era morto per primo. Cosa aveva fatto, se non voler vivere?
Severus vide i tre Auror che erano morti la sera prima in casa Malfoy la notte prima. Cosa avevano fatto di male, se non voler vivere?
E cosa aveva fatto Soren? Era morto per mano sua. Non aveva importanza qunto avesse contribuito Juliette, Severus sapeva di non aver fatto niente per salvarlo. Gli aveva lanciato imperius, e gli aveva fatto bere il veleno che aveva distillato.
Aveva preso la strada sbagliata.
"No."
La casa si sta scuotendo.
Aveva preso la strada sbagliata, e lo sapeva.
"No…"
La potenza del senso di colpa stava sbriciolando quel poco di sanità che aveva conservato. Era in ginocchio, col viso tra le mani. Non riconosceva la voce come la propria voce.
Purezza del sangue, intelligenza e potere. Tutte grandi cose. Ma mai grandi quanto la vita stessa.
"No!" stava gridando adesso.
Aveva preso la via sbagliata.
Il cammino dell'oscurità, della violenza e della morte, il tutto nel nome del potere. Era grande, e insieme terribile.
"NO!" Ficcò le dita tra i capelli e gridò la parola, trascinando le dita sulla fronte, sulle guance e sul mento. Quando le mani furono sazie di quel muoversi, le sbatté sulla nuda pietra, le coprì di lividi, procurò incrinature nelle ossa, danneggiando quello di cui era andato così fiero.
I muri di arroganza e disprezzo e intellettualismo e falsa fiducia che lo avevano sostenuto per i precedenti tre anni gli crollarono addosso, e si perse del tutto nel cumulo di sassi che pioveva attorno a quanto rimaneva di Severus Snape. Per quello che mi parve secoli, rimasi perso in un mondo di disperazione, rifiuto e dolore, ignaro di tutto tranne delle atrocità che venivano riesumate dalla memoria e fatte sfilare avanti ai suoi occhi come grottesche marionette. Vide ogni decisione presa, ogni svolta sbagliata che l'aveva trasformato nell'uomo che era oggi. Vide i volti di ogni stregone, strega o Babbano che era morto nelle sue mani, e ciascuno rideva di lui, che affogava nella pozza di sangue che aveva versato.

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Per quanto si smarrì?
Tornò lentamente nel mondo reale. Era ancora in ginocchio nella doccia, piegato in avanti, con la testa sulla fredda pietra.
L'acqua era gelata. Stava congelandosi.
Aprì piano gli occhi per ritrovarsi nella medesima stanza, per nulla cambiata. Aveva gli occhi gonfi, come se non potesse aprirli di più che una mezza fessura.
Si sedette e mise indietro i capelli bagnati; fece una smorfia quando le mani passarono sulle unghiate della fronte. Le mani erano livide e malconce, con sangue sotto le unghie. La gola doleva dall'aver tanto gridato e nemmeno si ricordava di averlo fatto.
Si sentiva come se gli avessero strappato la vitalità.
Il bussare alla porta lo riportò indietro.
"Severus! Ehi, stupido! Ci sei annegato?"
Chiuse la doccia, ne uscì e cercò la bacchetta, abbassando la barriera che faceva silenzio. La voce era poco più di un roco gracchiare. "Sto bene!" la apostrofò. Che bugia, si disse tra i denti, Non penso che starò mai più bene.
"Andiamo a letto!" disse asciutta lei. I suoi passi si persero nel salone.
Severus guardò di nuovo l'uomo nello specchio. Aveva otto unghiate che gli correvano sul viso. Gli occhi erano rossi e gonfi. La mani erano violacee e distorte dalla loro forma abituale. A dispetto di come appaio, sto molto meglio di come non dovrei stare , pensò. Dopo tutto, poteva essere morto. Non era così ovvio? Svegliarsi gli aveva chiarito le idee. All'indomani, sarebbe morto.
Abbassò le altre barriere, abbastanza da evocare degli abiti, poi richiuse e rimise le barriere. Una volta che si fu vestito, pulì i tagli e si sistemò per bene. Infine passò sulla pila di abiti sul pavimento ed estrasse una fiala di liquido rosso da una tasca segreta.
La fiala conteneva l'ultima dose di un veleno che aveva preparato due anni prima. Dopotutto, gli parve adeguato, morire con la stessa unica arma che avesse mai brandito. Il pensiero di smettere gli attraversò la mente per un attimo e si dissolse. Non desiderava più vivere, considerando che tutta la sua vita non era stata che un'atroce mostruoso errore. Stappò la fiala, la scolò e la ripose nella veste.
I crampi iniziarono subito. Camminò per il salone, lottando contro la necessità di respirare ansimando e piegarsi su sé stesso. Entrò nella camera da letto e senza una parola, scivolò nel letto accanto alla moglie.
La sofferenza era intensa, ma non emise suono. Tenne duro, non voleva essere scoperto e salvato. Una fitta dolore attraversò il cranio e quasi gridò. La volontà si stava indebolendo, ma per fortuna lo stesso accadeva al corpo.
Sto morendo, pensò, forse gli Dei avranno pietà di me.
Diede un ultimo sospiro e fu avvolto dalle tenebre.

 

 



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la fornace 2
di kcloack, 14:41

CAPITOLO TERZO


ferro ( geologia ) : il più comune e utile elemento metallico… come l'acciaio, è assai duro, e se viene ben temprato, è assai resistente ed elastico.

Tornò alla coscienza malato, eppure vivo.
"Vivo" era una parola assai relativa. Il petto e lo stomaco dolevano come se andassero a fuoco, e la testa girava come per la febbre. Sollevò le mani alla testa indolenzita e cercò di bloccare i dolorosi brillanti raggi del sole del mattino.
Come diavolo aveva superato la notte?
La scorsa notte ….
La scorsa notte era un mucchio sfocato di immagini da incubo. Lo specchio… le mani insanguinate… l'acqua gelida… e la morte. Il desiderio di morire era sopravvissuto con lui.
Aveva gli occhi ancora chiusi, e respirava con rantoli leggeri; provò a pensare come mai il veleno non lo avesse ucciso, quando all'improvviso fu salutato dal rumore della porta della camera da letto che veniva aperta di colpo.
"Cosa diavolo non va con te, Severus? Te ne stai sdraiato lì da una dannata ora intera! Farai tardi!" Aprì gli occhi acquosi un poco, tanto da vedere la moglie che passava davanti con gli abiti da lavoro del ministero, e sembrava infastidita.
Cercò di parlarle con tono di voce normale, ma riuscì a buttare fuori una sola parola: "Malato."

Chiuse di nuovo gli occhi, e rimase sdraiato nel loro letto come una bambola di pezza. Quello che senza dubbio sarebbe stato il suo ultimo sonno lo stava consumando rapidamente, ed era benvenuto. Non mi importa cosa farà del mio cadavere, pensò.
Il sonno passò appena Juliette lo sbattè in piedi e lo tenne contro il muro. Lo scrutò come uno scienziato, come se fosse un esemplare. Immagino, per un colpo di sorte bizzarra, che gli incantesimi cosmetici che ho applicato siano rimasti al loro posto, pensò Snape, perché non ha detto niente dei tagli sulla faccia.
"Mmmm… beh, sembri davvero malato. Molto bene, informerò la gente necessaria della tua assenza. Potrai aspettare oggi per iniziare la Pozione Polisucco che l'Oscuro Signore vuole che tu faccia."
Snape a malapena poteva stare ritto, anche con lei che lo teneva in piedi, ma la preoccupazione non intaccò la considerazione pragmatica di quanto aveva detto lei.
Aspetta…
"Come facevi a sapere…" riuscì a gracchiare. Juliette lo lasciò andare e lui scivolò a terra, finendo sul pavimento come un mucchio di stracci.
Juliette andò verso la porta prima di voltarsi con un secco colpo degli stivaletti lucidi. Rise in modo gelido. "Per quale altra ragione dovresti avere quattro dei peli di Albus Dumbledore?" Si voltò di nuovo e uscì prima che Severus avesse la possibilità di risponderle o chiederle come sapesse di chi fossero quei peli.
Albus Dumbledore… L'unico uomo di cui Voldemort avesse paura. Pensieri e immagini presero a vorticare nella sua mente: grazie alla notte precedente, Juliette conosceva alcune delle Barriere messe sulla Scuola di Stregoneria e Arti Magiche di Hogwarts.
Qualcuno avrebbe impersonato Dumbledore, il che voleva dire quasi per certo che avrebbero usato quella mascherata per entrare nella scuola. Poteva solo immaginare cosa sarebbe successo ai ragazzi. Se muoio, Juliette o un altro Mangiamorte farà la pozione al posto mio, concluse. E se vivo…
All'improvviso, vivere era tornata una scelta adeguata. Se viveva, forse poteva avvertire prima l'uomo.
Quando si mise in ginocchio, fu attraversato da un'altra ondata di stordimento. Questa volta la respinse. Doveva sopravvivere, per lo meno tanto da avvertire il preside di Hogwarts. Dopo, poteva ucciderlo o mandarlo a Azkaban… e se per un bizzarro scherzo del destino l'avesse lasciato andare, si sarebbe ucciso.
Prese a strisciare verso la porta.

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Nella sua condizione di mezzo delirio, gli ci vollero quasi dieci minuti per trascinarsi nel laboratorio. Stava ancora morendo, dopotutto.
Spinse la porta scoprendo che Juliette aveva "aggiustato tutto" di nuovo, lasciando a nudo ogni superficie di lavoro. Radunò le forze rimaste e si mise in piedi; aprì uno dei più piccoli armadietti per ingredienti. Vide tremare le mani nel fare quei gesti; l'apparenza sicura se ne era andata, crollando.
Disorientamento. Si chiese, cosa sto facendo? Oh, sì, non ho antidoto per il veleno alla mano, però…
Si allungò verso la cima dello scaffale e raccolse quello che appariva come un piccolo marmo nero. Un bezoar.
Si trascinò verso un altro armadietto, estrasse un piccolo calderone e ci versò dentro una tazza d'acqua. Gli ci vollero tre tentativi per accendere sotto un fuoco, ma presto la poca acqua ribollì. Fece cadere a pietra che all'istante si sciolse, tingendo l'acqua del colore dell'inchiostro. Spense la fiamma e lanciò un rapido incantesimo per raffreddare, poi travasò la pozione nera in una tazza e la bevve.
Dopo essere stato così tanto in piedi, si sentiva ancora più intorpidito. Sedette e attese che la pozione facesse effetto. La vista iniziò ad annebbiarsi ai margini della visuale, e si accasciò in avanti, posando la fronte sui ginocchi.

Giaceva sul pavimento del laboratorio. Doveva essersi collassato.
Si sedette incerto e scoprì di non sentirsi affatto meglio. La testa pulsava ancora e si sentiva come se dovesse avere nausea. Un bezoar poteva di certo salvare da parecchi veleni, ricordò, ma comunque non poteva far molto di più che trattenerti dall'orlo della morte. Tutti gli effetti disgustosi, restavano.
Dopo parecchio tempo, ebbe la forza di alzarsi e barcollando se ne andò alla camera da letto. Quando fu dentro, lanciò di nuovo gli incantesimi cosmetici e si infilò degli abiti decenti. Fece un respiro profondo, visualizzò le strade del villaggio di Hogsmeade, e si Teleportò.

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Erano passati almeno due anni dall'ultima volta che aveva percorso la strada che univa il Castello di Hogwarts. Era quasi mezzogiorno e gli studenti scorrevano sorpassandolo in opposta direzione, duretti verso un pomeriggio pieno di risate e scherzi pesanti.
Che cosa insensata..
Camminò con un'andatura svelta che era terribile da mantenere a causa delle ripercussioni del veleno. Riconobbe un paio dei più vecchi studenti, ed evitò di guardarli in faccia, marciando oltre con una sgradevole espressione sul volto.
Un Serpeverde del settimo anno chiamò, "Salve, Severus!". Lui grugnì nella sua direzione e proseguì per la sua strada, scorgendo la più alta delle torri del castello divenir visibile, spuntando da dietro la prossima collina.
Albus Dumbledore…
Avevo diritto di odiare quell'uomo, si disse; non gli avevo parlato in così tanti anni, da quando mi aveva ricattato minacciando l'espulsione se facevo parola con alcuno della licantropia di Lupin. Che nervoso, quel vecchio bastardo!
Severus sospirò mentre si avvicinava all'entrata del castello. Era sicuro che l'unica persona mai uccisa da Albus Dumbledore fosse quel Grindelwald, e lui ne aveva sulla coscienza molti di più, e assai più sangue innocente sulle mani. Chi voglio prendere in giro, rimuginò, non ho diritto di giudicare nessuno.

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Si trovò davanti all'entrate dell'ufficio di Dumbledore; fissava istupidito la gargolla, e cercava di rammentare la parola d'ordine. Il mal di testa non aveva fatto nulla per migliorare il carattere. Voleva solo uscire di lì, andare a casa, rannicchiarsi in un angolo e morire. Era troppo brutto che la Maledizione mortale non agisse contro chi la lanciava.
Proseguì a interrogare la gargolla.
"Caramella al limone?" Nulla.
"Cioccorana?" Nulla
Severus si stava irritando. Stava lì da oltre cinque minuti, sputando nomi di caramelle e dolcetti, come un idiota.
"Gelatine Tutti i sfottuti gusti + 1?" La gargolla rimase lì in silenzio. Severus resistette alla tentazione di mollare una sventola alla dannata creatura di pietra, ricordando i fatti della scorsa notte con un oggetto duro e inanimato.
Questo è ridicolo.
Severus si voltò al rumore di passi per essere salutato da una donna che aveva sperato di non dover rivedere: la Professoressa MacGonagall, torturatrice di Serpeverde, benefattrice dei Grifondoro, e insegnante della materia magica più inutile e difficile e ridicole mai inventata: trasfigurazione.
"Signor Snape… a cosa è dovuta la tua visita?" lei stava dando prova di fermo disinteresse; lui non era certo se era più furioso o più disperato.
"Una tanto, ho bisogno di vedere il Preside," la apostrofò incrociando le braccia. Lo faceva sentire ringiovanito come se avesse metà dei suoi anni.
"Temo che al momento sia oc -"

"Ti assicuro che è una questione di vera necessità," le disse, cercando di non apparire disperato quanto era in realtà la scuola lo stava facendo sentire piuttosto a disagio, e stava respirando più veloce di quanto non avrebbe dovuto. Snape credette che lei si fosse accorta del suo disagio, poiché si arrese.
"Molto bene allora. La parola d'ordine è "Gelatina Tuttigusti + 1".
Non poté trattenersi. "Ma ho già provato!" gemette come un bambino.
La MacGonagall lo osservò con… una smorfia? "Prova al singolare e senza intercalare oscenità, signor Snape." Con quelle parole se ne andò, lasciando una scia palpabile di autodisciplina Grifondoro.
Sbuffò le parole alla gargolla e salì per le scale.

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Entrò nell'ufficio, barcollando, per essere accolto dal silenzio. Guardandosi attorno, s'accorse che l'unica forma di vita nella stanza, oltre a lui, era un pulcino di Fenice in una gabbia.
La sensazione di sconforto che aveva avvertito fin dall'arrivo, si fece più intense. Snape sedette in una sedia libera, cercando di inspirare. Il pulcino di Fenice lo osservò mentre lottava per respirare.
La porta si aprì per rivelare l'immutata sagoma di Albus Dumbledore, completa di cappello a punta. Avanzò nell'ufficio e sedette dietro allo scrittoio; gli mancava l'ammiccare consueto negli occhi.
Severus boccheggiava per respirare, come se ci fosse una persona invisibile che lo stesse strangolando.si portò le mani al collo e tentò di allontanare l'attaccante, ma tutto quello che sentì fu la propria pelle. Si piegò su sé stesso sulla sedia, cercando ancora invano di inspirare un po' di aria.
Al limite del campo visivo, vide Dumbledore ondeggiare una bacchetta, e la sensazione svanì. Si sedette e lo guardò, sperando di apparirgli deciso e affidabile, ma nel momento in cui i loro sguardi si incrociarono, le intenzioni che aveva stabilito su come agire crollarono. Abbassò gli occhi e nascose il viso tra le mani.


Dumbledore parlò per primo. "E' una Maledizione Soffocante, Severus. E' una delle barriere create per incapacitare qualsiasi Mangiamorte voglia entrare nella scuola."
Così, sapeva. Muovendosi piano, Snape estrasse la bacchetta e la posò sullo scrittoio, porgendola a lui, poi tornò a fissare il pavimento. "Ho qualcosa da dirti, Preside."
Stette in silenzio per un istante.
"Tu stai usando un trucco, Severus. Non apprezzo i disertori." La sua voce ad ogni parola era dura, come quella della MacGonagall quando era al suo peggio.
La voce di Severus era spezzata e balbettante, "Preferirei tenerlo su."
"Dovrò insistere perché tu mi permetta di rimuovere quell'incantesimo."
"Molto bene," mormorò Snape. Annuì così, con i capelli che cadevano in avanti sopra gli occhi, e rendevano quasi impossibile vedergli comunque il viso.
"Vergo tectum!" Severus non sentì molto più di una lieve brezza, che gli passò addosso, e sentì le unghiate sulla faccia solidificarsi sotto le dita.
"Guardami," disse Dumbledore. Riluttante, Snape alzò la testa di nuovo ad incontrare il suo sguardo. C'era dell'acciaio dentro il blu cielo, e quella che doveva essere uno spettacolo parecchio patetico: un uomo esile, pallido, con i capelli untuosi, e escoriazioni rosse che dividevano il viso, occhiaie cupe, scoloriture violacee sulle mani.
Estrasse una fiala e la posò davanti a Snape: il liquido dentro era completamente chiaro. "Spero che capirai la necessità di questo," disse mentre mi si allungava verso il Veritaserum. Capiva, eccome, e per dar prova d'aver capito, scolò la fiala. Poi sedette nella sedia, guardando davanti, attendendo le sue domande.
La prima domanda lo sorprese.
"Che cosa ti è successo, da ridurti così?"
Le risposte vennero come se qualcun altro le stesse dicendo, senza lasciare a Severus controllo alcuno sulle parole. "La scorsa notte ho provato a uccidermi."
"Perché?"
"Perché la mia vita è stata un grosso errore. Merito di morire per quello che ho fatto alle altre persone."
"Sei un Mangiamorte, Severus?"
"Sì."
"Quali crimini hai commesso?"
Snape non voleva dirglielo. Si morse il labbro, cercando di trattenere le parole dell'involontaria confessione, che stavano sgorgando. Non voglio annunciare che tipo di mostro sono, pensò.
Comunque, dopo aver lottato per miseri dieci secondi, non poté più restare zitto. "Ho usato la Maledizione Imperius tante volte da perdere il conto; e così pure ho usato la Cruciatus. Ho distillato pozioni illegali, e pozioni e droghe per gli altri Mangiamorte. Ho usato pozioni Sanguinanti per intenti oscuri, e per uccidere. Ho aiutato a uccidere Babbani, con armi magiche e da Babbani, e ho assunto pozioni illegali per aumentare la mia magia."
Dumbledore sembrò infuriato, più arrabbiato di quanto mai lo avesse visto. Svelto, Snape si chiese se lo avrebbe ammazzato durante l'impeto dell'ira.
"Dimmi perché mai sei venuto qui." Le parole erano gelide, svelte, precise.
Il Veritaserum è una pozione di pura verità, ovvero chi la beve è impossibilitato a omettere qualsiasi informazione ritenga importante. Spesso fa fare lunghe chiacchierate.
"La scorsa notte mi fu data una fiala di peli con cui fare la Pozione Polisucco. Subito non seppi di chi erano. Tornai a casa, dove io e mia moglie torturammo Soren Anderson, un Auror, per avere informazioni sulle barriere protettive del Ministero." Oh, Dei, come avrei voluto smettere di parlare. Non voleva rivelare quanto era accaduto la sera avanti.
"E' stato il mio veleno ad ucciderlo. Quando fu morto, Juliette - mia moglie - usò una Passaporta per spedire il suo cadavere al Ministero. Andai al piano di sopra e … non ricordo cosa accadde, se non che ebbi coscienza di essere una persona orribile, un assassino, e che avevo ammazzato un ex compagno di scuola. Mi- mi ricordai i tentativi fatti da Soren, di parlarmi per evitare in primo luogo che divenissi un Mangiamorte. Credo di aver perso la ragione per un po', e quando tornai in me decisi di avvelenarmi. Non funzionò rapidamente quanto mi sarei atteso, e l'indomani mi svegliai. Stavo ancora morendo. Juliette mi rivelò che i peli nella fiala erano tuoi e compresi che dovevo dirti del piano per impersonarti. Curai il veleno e venni da te."
Il viso di Snape bruciava per la vergogna, e sentiva lo sguardi incatenato a quello del vecchio stregone. Il suo viso si era lievemente ammorbidito.
"Sei venuto qui solo per aiutare gli stregoni Luminosi, signor Snape?"
"Sì."
"Senti ancora legami con gli Oscuri?"
"No," disse in un sussurro.
"Hai rimorsi per le tue azioni di Mangiamorte?"
"Sì." Oh, Dei, se aveva rimorsi. Avrebbe voluto morire lì sul posto.
"Cosa vorresti, più di ogni altra cosa, signor Snape?"
La risposta gli salì alle labbra prima che potesse anche solo pensare a quale fosse. "Li rivorrei indietro," la voce era un sussurro balbettante, e il petto era pesante. Gli occhi pizzicavano. Oh, m°°°°, pensò Snape, mi metterò a piangere come un bambino davanti ad uno dei più potenti stregoni del pianeta. Non posso lottare contro il Veritaserum, e sembra che debba proseguire.
"Vorrei-" la voce si spezzò - "che ogni persona morta per causa mia, tornasse." Snape si accasciò in avanti e mise la faccia rovente tra le mani, mentre le prime lacrime scorrevano come fuoco sulle guance. Non sapeva quale fosse l'emozione più forte, l'imbarazzo o la pena. Apparentemente, la pena ebbe il sopravvento poiché non riuscì a smettere di parlare. "Dei sono una persona orribile! Sono un mostro! Non merito niente di meno che la dannazione e il fuoco eterno, per tutto questo!"
Non poteva trattenersi; la voce si era fatta un'ottava più acuta e stava singhiozzando tutto rincantucciato come un bambino troppo cresciuto. Da anni non piangeva, non dopo che era quasi stato ucciso al sesto anno, e dopo allora, aveva sempre atteso di potersi rinchiudere, tutto solo, nei gabinetti dei Prefetti. Questa volta era molto peggio.

La stanza fu silenziosa per un buon paio di minuti, eccetto per il suono di Snape che metteva a nudo il suo patetico essere. Alla fine si calmò abbastanza da piangere in silenzio, e sentì Dumbledore muoversi dietro alla scrivania. Girò attorno al mobile, recuperò una sedia da un angolo e la spinse vicina a quella di Snape. Ruotò il sedile dell'ospite di novanta gradi con un gesto della mano, poi spinse un fazzoletto in una delle mani livide di Snape e si sedette, con i ginocchi a pochi centimetri da quelli di Snape. Questi si asciugò il viso, ma non lo sollevò. Si sentiva male, il petto pareva che stesse per esplodere.
Dumbledore prese fiato e poi parlò. "Vuoi sempre morire, Severus?" la sua voce si era addolcita assai. "Allora voglio che tu faccia una promessa a me."
Una promessa fatta sotto il Veritaserum non può venire spezzata. Dato che chi l'ha bevuta non può dire bugie, e quello che promette deve restare vero.
Sollevò infine la testa, guardando a Dumbledore con un misto di confusione, sospetto e sofferenza. "Cosa?" sussurrò.
"Promettimi che non ti toglierai la vita, Severus Snape."
"Non voglio fere quella promessa." Abbassò di nuovo la testa. Quelle danante sciocche lacrime stavano sempre versandosi, sebbene avessero rallentato.
Sospirò, poi si allungò e con una carezza gli sollevò il volto, tenendogli un dito sotto il mento. "Lascia che ti dica qualcosa, signor Snape. Ho sempre sperato che tu abbandonassi gli Oscuri. Ho sempre saputo, anche se tu non te ne sei reso conto, che c'è un sacco di bene in te. Lo ammetto, non ho mai fatto abbastanza per incitare quella tua parte buona, e di questo sono addolorato. Ma adesso puoi fare il bene, Severus. Puoi aiutarci a combattere Voldemort. Se muori, allora anche la morte di Soren sarà stata inutile. Se vivi, potrai fare qualcosa che ci aiuterà." Fece una pausa. "Vuoi aiutarci?"
"Sì."
Rimase zitto per un attimo, apparentemente ci rifletteva.
"Severus, forse non lo sai, ma c'è un grosso sforzo per andare avanti adesso, fuori dal Ministero, per combattere Voldemort. Io guido questo attacco. Abbiamo tentato, per i passati tre anni, di trovare una spia nei ranghi dei Mangiamorte. Tu, comunque, rappresenti per noi un'opportunità unica. Se vuoi. Vorresti diventare una spia nelle file dei Mangiamorte, e rischiando la vita, aiutarci?"
Stava giocando d'azzardo con Snape. Questo era molto da domandare.
Proprio allora, in quel momento, Snape non dava molto valore alla sua vita. "Lo voglio." Disse. Suppongo di avere un gran debito con il mondo, pensò. Forse, almeno questa volta, posso fare qualcosa di giusto.
"Allora, promettimi che non ti toglierai la vita."
"Lo giuro, non mi suiciderò." Se adesso morirò, si disse, molto probabilmente sarà tra le mani del mio ex padrone.
Si alzò e Dumbledore lo imitò. Snape si sentì gelare per la preoccupazione. Nessuno aveva mai scommesso tanto su di lui. "Ma sarò capace di fare questo, Professor Dumbledore? Io… io non sono mai stato un uomo molto buono."
Alla fine, lo sguardo di Dumbledore aveva ripreso ad ammiccare. "Ho la più estrema fiducia in te, Severus. Dopo tutto, non puoi mentire!" chiocciò dolce, "E chiamami Albus, per favore. " Si allungò verso la scrivania e afferrò la bacchetta, poi la porse a Snape. La prese e si voltò da lui, verso la porta.
"Immagino che sarò di nuovo qui tra un paio di giorni," gli disse. Si portò sulla soglia ma non lasciò l'ufficio. "Ho paura, Albus." Accidenti al Veritaserum, si morse la lingua. Aveva davvero paura, paura del futuro. Si era appena affidato a Albus, spaventato da quello che era stato, e da quello che un giorno sarebbe potuto essere.
Sentì passi dietro di sé, e una mano sorprendentemente forte si posò sul braccio, verso la spalla. Lo fece voltare, e poi posò entrambe le mani sulle spalle, trattenendolo per la distanza della lunghezza delle braccia. "Andrà tutto bene, alla fine. Buona fortuna, Severus."
Diede un'ultima occhiata attorno nella stanza, e gli occhi si posarono sulla Fenice di Dumbledore. Doveva essere rinata nelle ultime ventiquattro ore, per essere così piccola.
Nelle ultime ventiquattro ore, pensò, una parte di Sé pure era rinata, e una parte era morta per sempre.
Si sentì come se fosse passato attraverso una fornace di una forgia, e solo una parte di sé era sopravvissuta al processo.
Cennò un saluto al vecchio stregone, ed aprì la porta.


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